I professori, le riforme, ma soprattutto le opposizioni

L’incredibile tepore che circonda l’operato del governo Renzi è stato recentemente scosso dal missile terra-aria sparato da Maria Elena Boschi. La neoministra ai rapporti con il Parlamento ed alle Riforme ha dichiarato infatti che l’azione riformista in Italia è bloccata dalla resistenza dei professori.

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La frase, a prima vista assolutamente vaga e generica come nella migliore tradizione linguistica populista – a proposito, è scomparso ieri Ernesto Laclau, uno dei pochi che del populismo aveva capito qualcosa – si riferisce in realtà ad un episodio ben preciso. Un nucleo di professori capitanati da Zagrebelsky e Rodotà ha profondamente criticato l’ipotesi di ridorma costituzionale formulata dal governo Renzi. La bozza prevede lo svuotamento pressoché assoluto delle prerogative del Senato, che verrà composto da Sindaci ed amministratori locali non pagati ed privati dell’esercizio del voto di fiducia, riservato ai colleghi deputati.

La proposta Renzi, evidente propaggine del patto con Berlusconi del Gennaio 2014, è stata criticata dal prof. Rodotà in quanto antidemocratica ed illiberale. L’azzeramento del potere decisionale del Senato, in un sistema che oramai taglia fuori dalla rappresentanza parlamentare quei milioni di cittadini che votano partiti che prendono alle elezioni meno dell’otto per cento e coalizioni inferiori al 12%, è secondo Rodotà l’ennesima mossa neo-autoritaria sprezzante nei confronti del volere dei cittadini.

Critiche che hanno provocato le suddette reazioni della Boschi, la quale ha sbraitato contro i professoroni conservatori e nemici del progresso. L’esternazione della ministra risulta interessante sotto due punti di vista:

Punto primo: Il PD oramai odia i professori che tanto amava all’epoca del “ventennio berlusconiano”. I girotondi, il referendum del 2006 che vedeva uniti i professoroni e la sinistra contro una proposta di riforma costituzionale analoga rispetto a quella di Renzi, gli appelli degli intellettuali su “La Repubblica”, l’amore per “la Costituzione più bella del mondo” fanno parte di un repertorio oramai caduto in miseria. E’ l’ora delle riforme, qualunque esse siano. E contro gli anti riformisti, la retorica vincente è sempre quella lasciata in eredità da Silvio: noi renziani vogliamo il cambiamento, voi professoroni volete la conservazione; noi vinciamo, voi perdete; noi prendiamo i voti, voi prendete la pensione da professore ordinario. E così via.

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Restringendo ragionevolemente l’ambito della polemica dalla classe dei “Professori” al sottoinsieme formato da “un certo tipo di professori”, la polemica della Boschi assume delle fattezze di senso. E’ vero un po’ che i professoroni che scrivono contro un potere di cui leccano i piedi in continuazione, e contro un sistema che a loro volta riproducono spietatamente nei consigli di facoltà, hanno sono diventati da tempo insopportabili.

 Purtuttavia, la critica specifica della Boschi risulta indifendibile sia per il pulpito da cui proviene – quello di una ragazza che ha ricevuto le deleghe fondamentali delle Riforme e dei rapporti con il Parlamento non avendo dedicato un secondo della sua vita precedente il giorno della nomina a ministro ai suddetti temi -, sia per l’oggetto della polemica –  Rodotà avrà pure ottant’anni, ma mentre il professorone studiava lo stauto giuridico dei beni comuni e d il diritto alla privacy nell’era digitale, e mentre lavorava alla stesura dei referendum sull’acqua, la giovane Boschi si distingueva come solerte liquidatrice dell’acquedotto fiorentino ai privati. Questo per la serie: ggiovani ,riforme, innovazione, bla bla bla.

Punto secondo: il commento più intelligente in proposito a questa faccenda è stato per distacco il seguente:

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E’ incredibile come la critica più brillante alle dichiarazioni della Boschi provenga da Forza Italia, massima sostenitrice delle riforme incriminate. E’ inutile, il dadaismo dei berlusconiani è una delle poche luci nel firmamento politico italiano. Considerazione che ci spinge ad una veloce rassegna sullo stato dell’arte delle opposizioni al renzismo in Italia.

Cap. 1. La lega Nord.

La Lega Nord versione Matteo Salvini è un po’ fan di Renzi , di cui condivide la forza polemica ed il pragmatismo millantato, ossia il linguaggio che parla in continuazione di fare le cose dando così l’idea di farle. E’ però ancora forte il richiamo della foresta, il sogno di un ritorno ad un passato barbarico di secessione e soddisfacimento immediato e preverbale dei bisogni fisici.

Agli occhi della Lega Renzi è un uomo del Sud che parla come uno del Nord, e questo crea imbarazzo. Probabilmente si deve a questo coacervo disordinato di passioni la geniale sortita dell’altro giorno, in cui Salvini ha chiesto con violenza la liberazione degli eroi secessionisti veneti. Altrimenti, ha minacciato il Matteo meno famoso, li liberiamo noi. Della serie, socialismo o barbarie, tifando ferocemente per la seconda opzione.

Cap. 2. I 5 stelle

I ragazzi e le ragazze del 5 stelle sono anch’essi/e un po’ in imbarazzo. Il neo premier Renzi becca infatti nel loro pollaio ideologico con fare da tacchino impertinente, martellando ogni dannato giorno i media con la sua battaglia contro la kasta ed i vecchi, che pure continuano ad imperversare nelle amministrazioni locali dopo essere passati sotto le sue fila. Della serie: rottama se non vuoi essere rottamato.

Il populismo soft renziano, citando il professorone Rodotà, toglie un po’ di elettorato a quello hard grillino, defraudato dei suoi cavalli di battaglia e dunque ancora più ansioso di dimostrare la sua differenza rispetto agli altri partiti. Da qui la decisione di votare a caso contro provvedimenti condivisibili come quelli sulle dimissioni in bianco, giusto per poi andare dagli odiati giornalisti e dire: “NOI NON CI STIAMO!!”.

Rimane inoltre l’incognita della collocazione europea, tema di cui gli italiani tuttavia se ne infischiano notoriamente, salvo poi piagnucolare contro l’Europa matrigna. durante i collegamenti tv in diretta dai “luoghi della crisi”.

Cap. 3. La sinistra unita.

La sinistra correrà sola ed unita alle prossime elezioni europee. EVIVAA! Il nome della lista sarà “Lista Tsipras”, in onore all’oppositore greco della troika che che in patria viaggia oltre il 20%.

Tutto bene, entusiasmo alle stelle, finché non escono i primi sondaggi. Che danno la lista all’otto per cento. Una cifra troppo alta, una proiezione che spaventa animi oramai scientificamente programmati alla sconfitta ed alla necessaria disfatta. L’imprevisto genere panico, angoscia, spaesamento. I social networks si riempiono commenti increduli, di elettori della sinistra che richiamano al realismo ed al senso del decoro, perché un vero compagno non piange, non crede ai sondaggi e non si fascia la testa di borghesi illusioni.

Detto fatto: dopo un mese di scetticismo marxista scientifico, i sondaggi si sgonfiano, e la lista Tsipras è finalmente scesa sotto lo sbarramento del 4%. La sinistra pare visibilmente tranquillizzata, i suoi esponenti perfettamente a loro agio nei ruoli che li hanno resi celebri in tutto il mondo: il lamento per l’occasione persa, il richiamo all’unità, le accuse incrociate tra i partitini federati, e così via. Scampato pericolo.

Cap. 4. Magdi Cristiano Allam.

Magdi Cristiano Allam è passato oramai da tempo dalle colonne moderate del Corriere della Sera, al fronte no euro no islam no immigrazione. E’ probabilmente uno dei candidati più estremi delle liste di Fratelli d’Italia, ed i testi di Oriana Fallaci oramai sembrano libelli di Rosa Luxemburg  in confronti ai suoi posts. Addirittura Cristiano se la prende talvolta pure con Papa Francesco, a cui tutti oramai vogliono bene, da Vladimir Luxuria ad Angelino Alfano. Impagabile. Mai quanto questa foto, scattata nel tour di Allam nel Nord est, circoscrizione in cui è candidato.

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Bilancio politico del 2013

L’ennesimo anno si è concluso, e forse questo sarà ricordato come l’ultimo anno della Kasta. Mentre prima eravamo costretti a sorbirci nei giornali ed in tv D’Alema, Casini, Cicchitto, Elio Vito – dimenticato dai più, ma sempre nei nostri cuori – e magari  se ci diceva fortuna anche  la colomba poetante Sandro Bondi, adesso siamo così fortunati che la carta e l’etere ci tengono maniacalmente informati sulle ultime avventure di Renzi, Letta, Grillo, Casaleggio ed Al Fano, nome che scriverei staccato per ricordarne l’evidente origine araba. Tuttavia, anche nel turbinio di grandi cambiamenti e sconvolgenti progressi che ci ha regalato questo pazzo 2013, qualcosa rimane.  

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Tra le pagine chiare e le pagine scure dei quotidiani continua infatti a campeggiare il volto di Sandro Bondi, trasformatosi tuttavia in falco intorno alla metà di Agosto. Una metamorfosi che ha attirato l’attenzione dei produttori di Hollywood, che l’hanno subito contattato per sostituire l’oramai sfiorita Michelle Pfeiffer nel remake di Ladyhawk. Sappiate che Sandrone ha già detto sì.

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Rimane molto in voga anche  Giorgio Napolitano, riconfermato per la seconda volta al Quirinale e molto amato dai politici. I parlamentari hanno molto applaudito ed apprezzato il suo discorso di insediamento, in cui il Presidente ha dedicato decine e decine di minuti allo scopo di poterli trattare da minorati, incapaci, imbecilli ed inetti. Come insegna la psicologia, è sempre bello ed emozionante  il momento in cui l’altro ci restituisce un’immagine veritiera di noi stessi. E’ invece psicologicamente  inspiegabile la rabbia zelante con cui ogni maledetta domenica di questo magico 2013 Eugenio Scalfari ha preso la penna per difendere Napolitano e insultare in stile Vittorio Feltri i suoi detrattori. I  lunghi editoriali dell’ex Direttore, in cui il  senso logico delle argomentazioni è stato tragicamente sacrificato alla nobile causa della governabilità, ci appaiono come l’istituzione più difficile da rottamare in questo pur rinnovato paese. Tuttavia, noi continuiamo a preferire al Presidente Napolitano l’imperatore Franz Joseph, e ad Eugenio Scalfari il mitico Karl Kraus. Se restaurazione deve essere, allora che lo sia con grande stile.

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E poi c’è Renzi, che  va un casino quest’anno. Oramai lo votano tutti, pure la sinistra che diceva che non era abbastanza di sinistra perché è amico dei banchieri e perché non gliene po’ fregà di meno dell’articolo 18. Lo hanno votato tutti perché è chiaro quello che dice, perché vincerà le elezioni e perché ha capito che i programmi non servono a niente. I tremila punti programmatici fatti apposta per tenere insieme raggruppamenti improbabili di persone ed interessi sono stati finalmente abbandonati e lasciati a marcire nell’ingloriosa storia recente del centro sinistra. Finalmente Renzi dice chiaro e tondo quello che pensa del paese e del suo futuro: il niente. Sempre meglio del qualcosa bofonchiato in campagna elettorale a mezza bocca da Bersani, che come direbbe il buon Freud non era padrone nemmeno a casa sua dovendo obbedire alle tre istanze dell’Es (Sel), del Super Io (l’Unione Europea e Napolitano, con le loro sadiche   richieste sadiche di stabilità, ossia di imbarcare Monti) e della realtà esterna (i drammi economici del paese e delle casse dello Stato). Il niente renziano è  invece dotato di una sua funzione negatrice, che ravviva glia animi delle persone e crea ottimismo generalizzato. Di lui si dice che non è di sinistra. Il brutto è che, dicendolo gente tipo D’Alema, qualcuno ha finito per non crederci.

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E poi abbiamo il Movimento 5 stelle. Dopo nove mesi di ammorbamento imperiale su Grillo fascista, Casaleggio cospiratore mondiale ed i rimborsi elettorali da restituire, è oggi possibile tirare provvisoriamente le somme di questo innovativo esperimento politico. Stando a quanto possibile leggere nei pochi articoli decenti pubblicati recentemente e a quanto dicono alcuni loro colleghi dotati ancora di mente  e senso critico, i grillini non sono una manica di capre ignoranti ed inette. O almeno, non sono peggio  di ciò a cui eravamo abituati. Ad esempio, lavorano molto bene nelle commissioni, lontani dai riflettori e dalle isterie di Grillo. Non a caso, la onorevole e vincente proposta di abolizione del reato di immigrazione clandestina è stata presentata in Commissione Giustizia del Senato dai cittadini a 5 stelle Maurizio Buccarella ed Andrea Cioffi, i quali sono stati premiati da Grillo con la solita sclerata a difesa del programma e dell’impegno con i cittadini, che non comprendeva nulla che avesse a che fare con l’immigrazione e robbe del genere. Il problema dei grillini è proprio questo, cioè la necessità di rappresentare una rabbia ed un veleno troppo variegati, troppo complessi, che è possibile tenere uniti nelle battaglie contro la kasta ed  a favore del reddito di cittadinanza e dell’ecologia, ma che si sfaldano una volta usciti dal rassicurante e limitato recinto del “programma”.  L’altro grosso limite del Movimento consiste nell’aver incoraggiato una forma di partecipazione per certi versi innovativa ed incoraggiante, per altri invece disastrosa e autodistruttiva. Suggerisco a chi ha lo stomaco forte di inoltrarsi nella lettura dei commenti ai post del blog di Grillo e del Fatto Quotidiano per farsi un’idea di quello che la ggente intende oggi per “informarsi” e “partecipare”. Una sfilza continua ed uniforme di formule arroganti ed irritanti (“Meditate gente, meditate..”, “Civati chi? Quello che alle medie ha copiato il compito di educazione tecnica al compagno di banco?”, ect…), una conoscenza approssimativa dei fatti, un rifiuto comprensibile ma spesso ingiustificabile della complessità dei problemi, un discorso che si dichiara antipartitico, ma che in realtà ha sempre sulla bocca i soliti nomi, le solite facce, il solito racconto fotoromanzato della realtà in cui ai personaggi viene attribuito un potere d’azione illimitato (Letta ha fatto questo, questo è colpa di Renzi, Bersani non ha fatto quello). Questo livello infimo della discussione è uno degli argomenti più potenti contro la democrazia del web. Nota positiva di fine anno: la protesta dei forconi ha messo a tacere tutti quei parallelismi creativi tra i 5 stelle ed il fascismo. Per come sta messa la società italiana, Grillo non è ancora il male peggiore che potesse capitarci. Chiunque ha ascoltato mezzo secondo di discorso dei capi dei forconi, sa a cosa mi riferisco.

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Infine, una parolina sulla “sinistra”. Non è facile essere di sinistra durante la crisi. L’amato –  odiato popolo quando le cose vanno male fatica a seguire certi ragionamenti complessi sulla realtà sociale e sulle dinamiche storiche, figuriamoci quanta voglia ha di assecondare i deliri tattici di Tizio e Caio. Il discorso è indirizzato soprattutto a Sel, ossia il piccolo partito di cui ho la tessera e che nel mio piccolo rappresento nella mia medio piccola realtà locale. Il mio messaggio populistico di Natale è: basta con questa storia di dover salvare il PD da se stesso. Il PD a suo modo sta benissimo: ha eletto un segretario per una volta amato e popolare, esprime il primo ministro e se non cede alle sue pulsioni di morte vincerà le prossime elezioni. Nessuno uscirà dal PD, perché la nave si abbandona quando affonda, e non quando è l’unica baracca che resta a galla nel delirio della politica italiana. Di fronte a questo incontrovertibile dato di fatto, non c’è alternativa: dentro o fuori. Se si pensa che l’alleanza col Partito Democratico va fatta sempre, comunque ed ad ogni condizione, allora entriamoci dentro a sto PD e basta con questa storia una volta per tutte. Se invece si pensa che Renzi è lo schifoso segretario di destra di una formazione di centro, allora che si faccia una sinistra unita con Rodotà, Landini e compagnia bella, magari evitando di accollarci sulle spalle il carico d’ansia degli infiniti postumi della morte di Rifondazione Comunista. Però per cortesia una delle due, che è già tardi. “Bisogna fare presto”, come direbbe Barbara D’Urso, che cogliendo l’occasione salutiamo con affetto. Auguri Barbara!!!!!!

P.s. è purtroppo molto triste la storia della telefonata di Vendola. Non per il fatto che un Presidente di Regione chiami un dirigente della più grande fabbrica pugliese per cercare una mediazione, rivelatasi a posteriori impossibile, tra diritto alla salute e diritto al lavoro, quanto per aver dato la spiacevole idea che alla fine il potere è una cosa che ti plasma a suo piacere appena ci entri in contatto. Sebbene la crocifissione mediatica orchestrata dal Fatto Quotidiano faccia vomitare- il titolo “Vendola ride dei tumori” è una vergogna che dà l’idea di quanto l’indipendenza di pensiero non sia sinonimo di intelligenza e competenza -, i toni del presidente con il signor Archinà hanno lasciato un cattivo profumo  che non sarà facile far dimenticare. 

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Prima di inviarvi i miei auguri asburgici, vorrei salutare con affetto Silvio Berlusconi, ancora protagonista del 2013.. Delle sue gesta nostri eredi leggeranno nei libri di storia dell’arte, piuttosto che nei libri di storia.

 

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La noia della politica

Da quando il governo Letta è entrato in carica, la politica italiana è diventata noiosa come mai lo era stata in precedenza. I giornalisti e la pubblica opinione rimpiangono addirittura l’austero esecutivo Monti, che perlomeno col suo impietoso senso del dovere aveva dapprima eccitato, poi fatto indignare gli italiani. I motivi del passaggio dalla prima alla seconda fase restano ancora ignoti. Invece con Letta non si ride, non si piange, ci si indigna un po’ per colpa della Ministra Idem, poi però la furbetta viene dimessa con tanta fiducia verso la sua “limpidezza, la correttezza e rigore morale” (Letta 24/6/2013), e quindi si ritorna allo stato anaffettivo di base. Per fortuna la figura dell’altra ministra straniera Kyenge offre qualche sfogo pulsionale ai leghisti, che sono sempre meno e sempre più repressi dal contatto con la civiltà e le sue ipocrite convenzioni. Chissà quanta energia avranno scaricato i militanti di fronte alle dichiarazioni di Zaia, il quale ha invitato la ministra a visitare una ragazza veneta violentata da un extracomunitario, portando magari ufficialmente le scuse di tutti i negri immigrati i quali, in quanto tali, sono evidenti corresponsabili dell’accaduto. Ma aldilà di queste scintille di vitalità, le viscere italiane che a febbraio – marzo sembravano esplodere di rabbia riposano oggi nei rispettivi ventri.

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D’altronde, è appena cominciata la vita parlamentare vera e propria, con le mozioni, gli emendamenti, gli interventi in aula, le commissioni e tutte queste cose noiose che piacciono solo ai vecchi e a quelli del PD, per non parlare dei vecchi del PD che ne vanno pazzi. Un peccato, perché il Parlamento è il cuore della vita democratica del paese, il luogo sacro dove la maggioranza esercita solennemente  il suo diritto – dovere  di bocciare senza pietà  ed a prescindere le proposte della minoranza, oppure di riscriverle da cime a fondo in modo da eliminare ogni pericolosa parvenza di senso e contenuto.  E’ il caso del reddito di cittadinanza e degli F 35, due proposte provenienti da Sel e 5 stelle che il PD ha rispettivamente affossato ed aggirato,  mostrando come una possibile futura intesa con i grillini e la sinistra sia possibile solo a condizione di limitare il programma di governo all’abolizione delle province con meno di 16 abitanti ed alla dichiarazione di ineleggibilità di Borghezio nel collegio di Catanzaro.

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E se il Parlamento non è accattivante, cosa dire dell’attività dell’esecutivo?  Un paio di giorni fa il governo Letta ha presentato il piano per i giovani  ed il lavoro del 2013. Un mattone di tre quarti di pagina, con un numero infinito di punti – cinque – , uno schiaffo alla semplicità ed alla trasparenza. Ora basta. In polemica con l’arroganza e la prolissità della Kasta, Grillo ha scritto un post velenoso basandosi non sulla lettura diretta della proposta di Letta – ora basta! -, ma sul resoconto fornitogli da un idraulico ubriaco incontrato al bar sotto casa. Il comico genovese aveva incolpevolmente frainteso che gli incentivi alle assunzioni fossero destinati a giovani tra i 18 ed i 29 anni dotati delle tre caratteristiche assieme: essere disoccupati da 6 mesi, avere almeno una persona a carico, avere un grado d’istruzione non superiore alla terza media.  Una congiunzione altamente improbabile, che secondo i consulenti dei  5 stelle sarebbe realizzata soltanto nella persona del neo acquisto della Juventus Carlitos Tevez e di due gemelli siamesi di Novara, licenziati un anno fa dalla Vodaphone e che risultano essere l’uno a carico dell’altro. A queste insinuazioni  Letta ha risposto molto piccato, dato che nel testo è scritto esplicitamente che basta una sola delle tre condizioni per poter usufruire degli incentivi. Lo scambio polemico  ha raggiunto il suo culmine nella reciproca accusa di “Pinocchio”, in realtà poco adeguata a Grillo il quale forse è meglio rappresentato da mastro Ciliegio. Purtroppo, neanche questa polemica ha accesso l’animo degli italiani. Se fosse stato coinvolto Berlusconi, le cose sarebbero andate diversamente. Il Cavaliere avrebbe tolto la P a “Pinocchio”, ci avrebbe messo al suo posto una bella “F”, e l’opinione pubblica si sarebbe scatenata: “omofobo”, “no, voi siete ipocriti”, “abbassiamo i toni”, “basta finocchi”, etc… Non a caso, il padrone del gioco, il genio della comunicazione  è sempre lui.

Francesco Boccia. Ritratto di artista giovane emergente.

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Pochi giorni fa Silvio Berlusconi è stato condannato in appello per il caso Mediaset. Niente di nuovo, niente di che. Di sicuro, niente che possa intaccare la calma olimpica del Presidente nel suo ultimo spettacolare travestimento: lo “statista responsabile”. E’ questo l’esito ultimo della travolgente carriera artistica di Silvio, che al pari del suo collega britannico David Bowie ha attraversato i decenni senza invecchiare grazie a continui ed imprevedibili cambi di abito e di identità. Di fronte alla condanna ed alle durissime motivazioni, l’impeccabile “statista responsabile” ha  bacchettato la magistratura comunista che perseguita gli innocenti come lui ed Enzo Tortora, ma infine ha volato alto per il bene del paese. L’Italia ha bisogno di un governo, e lui su questo ha contratto un patto che certo non  scioglierà per difendere i suoi interessi personali. Perfetto, come al solito.

Purtroppo, l’Italia è un paese democratico. Questo significa che i grandi artisti devono condividere il palco della politica con personaggi secondari e semplici comparse. In questi ultimi mesi, il pubblico ha imparato a conoscere un bravo caratterista di  modeste speranze, ma di sicuro avvenire. Si chiama Francesco Boccia, ed il suo ruolo principale è quello del moderato secchione e pacato, che perde ingiustamente per due volte le primarie pugliesi contro il populista Vendola, ma infine si riconquista una certa dignità grazie allo sposalizio con l’avversaria politica Nunzia De Girolamo ed all’ascesa al potere di Enrico Letta, influente signore di cui è il fedele braccio destro.  Una bella storia italiana, insomma. Le grandi intese lo portano alla ribalta, ed è lui che il giorno della sentenza su SkyTg24 tranquillizza il Paese in diretta: l’esito giudiziario non influenzerà la tenuta del governo.

Da semplice spettatore, ho assistito in diretta alle dichiarazioni di Boccia e le ho apprezzate. Sono le cose giuste da dire per un giovane moderato del PD, che mica è così irresponsabile ed immaturo da smarcarsi dall’inedito alleato, nel frattempo tramutatosi in “statista”, solo perché è stato condannato per il reato che tutta la sinistra gli ha rinfacciato negli ultimi venti anni. Prima il dovere, poi semmai forse un giorno il piacere. Ma Boccia, a cui forse i panni del semplice caratterista vanno stretti, prende il volo e si lancia nella teologia mistica. Con aria ieratica, spiega all’intervistatore che la frase “l’esito giudiziario non influenzerà la tenuta del governo” non significa soltanto che il PD non mollerà l’alleato perché condannato. Quello è scontato, ci mancherebbe. Al contrario, con quella parabola  si vuole testimoniare agli italiani che il PDL non agirà d’impulso, e resterà al governo nonostante la condanna del suo leader.  Il messaggio è chiaro: la redenzione è possibile. Basta credere fortemente in Dio, nell’immortalità di Napolitano e nelle pulsioni di morte degli ex DS. Ve lo giuro, alla fine avevo le lacrime agli occhi. E da semplice spettatore, ho immaginato che fosse bastato un semplice sguardo, lo sguardo mite da uomo di Dio di Boccia, a trasformare tre malvagi come Cicchitto, Gasparri, Verdini in tre saggi e responsabili garanti del futuro della patria. Magie della grande fiction italiana.

La Kasta e il Potere

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Magari il potere fosse concentrato in un solo posto – il Palazzo – , in una sola persona – il Presidente – , in un solo mestiere – il politico. La maggior parte degli italiani sembra pensarla così, e magari avessero ragione, perché in tal caso basterebbe sbarazzarsi della kasta  per vivere liberi e felici. Purtroppo, aldilà dell’evidente stato pietoso in cui versano oggi i partiti, le cose non stanno così. Il potere ha potere perché riesce a stabilirsi dove meno te lo aspetti. Te lo ritrovi nelle relazioni lavorative, nelle relazioni intime, addirittura nel tuo corpo quando senti a pelle che non sei adeguato agli standards della società figosa, quando provi disagio entrando in contatto con “la gente che conta”, quando provi soggezione per qualcuno che non se la merita. Il potere è un diavolo che si nasconde nei dettagli, e che trova il suo habitat naturale nelle conversazioni a tavola tra professori universitari che parlano solo di gossip accademico, nei pranzi di lavoro monopolizzati dai discorsi sulla carriera, nell’invidia e nell’odio dei poveracci verso chi è poco meno poveraccio di loro.

Si tratta di esperienze e situazioni che tutti sperimentano ogni giorno, festivi inclusi. Eppure fatichiamo così tanto a capire che il “sistema” tanto odiato e tanto criticato lo abbiamo incorporato e spesso  lo riproduciamo a nostra volta, magari a discapito di qualche sfigato o addirittura a  discapito nostro. Aldilà delle scelte elettorali, è ora di capire che questa storia della Kasta come detentrice del monopolio del potere è una versione dei fatti che fa comodo, perché ci spinge a concentrarci sugli scontrini dei parlamentari invece di pensare a tutte le volte in cui nella nostra esistenza quotidiana ci rendiamo complici passivi o attivi del sistema che con ferocia denunciamo tramite sentite dichiarazioni nei social networks. Mandiamoli a casa tutti, sostituiamoli  tutti – magari con qualcuno dotato di una minima cognizione di causa-, rendiamo il Parlamento trasparente e tutte queste robe qui, ma cominciamo anche a riflettere sul nostro agire quotidiano, che con troppa faciloneria e un pizzico di paraculaggine cataloghiamo in automatico nella casella: “Comportamento immediatamente buono e giusto del cittadino  innocente membro della società civile”.

“Ruby – Kabobo”. Un’opera d’arte contemporanea.

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Silvio Berlusconi è il più grande artista italiano contemporaneo vivente. Ogni sua azione, ogni sua dichiarazione, ogni sua mossa alza di qualche centimetro l’asticella dell’imprevedibile. Accanto a performance teatrali di matrice più tradizionale – vedi lo show ad Annozero di fronte agli spaesati ingenui Santoro e Travaglio -, Silvio non disdegna la sperimentazione e l’utilizzo di medium innovativi. Pensiamo solo alla forma documentario, stravolta in senso surreale e grottesco nel docufilm “La guerra dei vent’anni”, il capolavoro dedicato alle persecuzioni dei pm milanesi nei confronti del Cavaliere  che Canale 5 con grande coraggio intellettuale ha mandato in onda in prima serata. Altro che la Rai degli anni Sessanta con Moravia e Pasolini. Un coraggio non premiato dal popolino, che gli ha preferito il tepore familista di “Un medico in famiglia ”, ma molto apprezzato dalla critica internazionale, per una volta unita nel lodare “il superamento del monopolio della narrazione realistica giornalistica attraverso la sua riproposizione caricaturale e parossistica” (Le Monde, 13/5/2013). Ma forse ancora più audace è l’opera d’arte collettiva messa in scena nei mezzi di comunicazione italiani dall’intero Pdl sotto la guida del maestro di bottega Silvio da Arcore. La procedura di base è semplice e geniale: individuare due eventi, uno preso dal gossip politico ed uno dalla cronaca nera, inserirli in uno stesso ambito concettuale, per poi mettere questo ambito in cortocircuito attraverso dichiarazioni congiunte simultanee e bipolari.  E’ quanto accade esemplarmente in “Ruby -Kabobo” (2013, inchiostro su carta, schermi al plasma, monitors lcd), vero e proprio manifesto della arte anti concettuale. Berlusconi ha scelto due eventi concomitanti:  la requisitoria della Boccassini nel caso Ruby in cui si fa accenno alla furbizia orientale della giovane ex minorenne, e il raptus omicida del ghanese Kabobo che ha ucciso a picconate tre passanti innocenti in preda ad un attacco psicotico. I due eventi sono stati raccolti intorno ad un concetto, il razzismo. Su questa base concettuale, gli aiutanti di bottega hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni in simultanea divise secondo due assi significanti opposti, ossia razzismo cattivo/razzismo buono. Ognuno di questi assi viene accoppiato ad un evento, in modo tale che il Pdl nella stessa giornata rilascia due tipi di comunicati: uno contro la Boccassini, stigmatizzandone gli inaccettabili toni razzisti sulla furbizia orientale di Ruby, uno contro la sinistra, che difende i clandestini che poi ammazzano le persone in strada a caso. Ecco una breve rappresentazione plastica del procedimento.

 Brunetta: “Da Boccassini requisitoria razzista”.

Gelmini: “Pisapia abbandona per un giorno i temi filosofici e apre all’impiego dell’esercito per garantire sicurezza ai milanesi, meglio tardi che mai”

Aracri:  “Aver definito la ragazza marocchina esempio della ’furbizia orientale’, è un atto gravissimo tanto più se compiuto da un magistrato durante un processo così delicato e così mediatico. Inoltre, consiglierei alla Boccassini di informarsi meglio in geografia, considerando che il Marocco fa parte del Maghreb (Occidente), nome con il quale gli arabi designano cioè i paesi dell’Africa settentrionale, a ovest dell’Egitto, spesso utilizzato in opposizione a ’Mashriq’ che sta per ’Oriente’. Se non fossero razziste, le affermazioni della Boccassini sarebbero alquanto imprecise.”

Gasparri: “Il reato di immigrazione clandestina va rispettato per non consegnare le nostre città alla criminalità ed alla violenza ed evitare episodi drammatici come quelli accaduti negli ultimi giorni”.

Il geniale accostamento tra i due tipi di comunicato, riprodotti in contemporanea ed in continuazione dai mezzi d’informazione, destruttura il concetto di razzismo nelle sue due polarità positiva – negativa. Il significato dell’opera d’arte secondo è dunque inequivocabile: ogni concetto è contemporaneamente i due opposti che ospita in se stesso. Dunque, secondo il movimento anti concettuale berlusconiano  i due opposti del concetto possono essere usati a piacimento, addirittura in contemporanea, a seconda delle esigenze del momento. Il razzismo è terribile e legittimo, giusto e sbagliato, buono e cattivo e noi con questo possiamo giocare liberamente in tv, nei giornali, in internet. Berlusconi porta così alle estreme conseguenze la crisi novecentesca del linguaggio e della razionalità, mettendone in luce gli aspetti creativi e ludici. E’ lui il più grande artista italiano contemporaneo vivente.   

 

Il rituale della dichiarazione. Istruzioni per l’uso.

Per la gioia di tutti e tutte, la politica italiana è percorsa da un irrefrenabile desiderio di cambiamento. Non solo il 5 stelle, non solo Renzi, ma ora abbiamo addirittura un governo di giovani. Fantastico. Tuttavia, ci sono dei  rituali della politica che sembrano resistere ad ogni moda e rivoluzione. Uno di questi, è l’immortale rito della dichiarazione. Di fronte ad un evento di una certa importanza, i rappresentanti di partiti e movimenti si sentono in dovere di commentare l’accaduto attraverso un comunicato stampa o, ancora meglio, tramite un supporto audiovisivo. Ovviamente, non ci si inventa “dichiaratori” da un giorno all’altro. Come in ogni rituale che si rispetti, esistono delle regole non scritte a cui bisogna obbedire, pena l’esclusione dalla rassegna giornaliera delle dichiarazioni. Eccone un breve elenco.

1. La dichiarazione deve uscire ogni volta che succede “qualcosa”. Ora, come capire se un accadimento è degno di essere considerato come “qualcosa”? Tendenzialmente, la prima schermata del sito della “Repubblica” – ad esclusione della parte destra – contiene tutti i qualcosa degni di essere presi in considerazione. In tempi recenti, anche  Facebook ha cominciato a svolgere un ruolo importante in questo senso, dando voce ad  una massa sterminata di liberi dichiaratori sena compromessi, che tuttavia commentano essenzialmente le notizie della prima di “Repubblica”.

2. Come cominciare una buona dichiarazione?  I comunicati stampa esordiscono quasi sempre con un aggettivo, del tipo: “Irrispettose le affermazioni di x”, “Inqualificabile il gesto di z”, “Irricevibile la proposta di y”. In calo l’incipit moraleggiante con l’avverbio (“Male la votazione in commissione bilancio”, “Bene le dichiarazioni del sindaco”), mentre in grande ascesa è il modello definitorio stile Grillo, in cui la copula viene elisa a favore di una forma interrogativa retorica – ad esempio: “Caio? Un morto”, oppure:”Il governo Tizio? La morte della democrazia”.  Rimane, ma ad appannaggio esclusivo del clero, del Presidente della Repubblica e di alcuni megalomani sparsi nell’arco parlamentare, l’uso del verbo all’imperativo, incastonato nel sempreverde richiamo: “I fatti di X (dove X sta per un nome proprio di città italiana) siano monito per la politica”.

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3. Quanto deve essere lunga una dichiarazione? Poco, pochissimo, quasi nulla se possibile. Non va mai perso di vista l’obiettivo: apparire in 6/7 secondi di TG5 o di Tg1, a pranzo o a cena. Bisogna dunque decidere quale parola dovrà rimanere in testa agli italiani mentre affogano il capo in una scodella di bucatini. Il centrodestra riesce bene in questo difficile esercizio di sintesi, mentre gli esponenti della sinistra notoriamente entrano in difficoltà se costretti ad esprimere la propria opinione in meno di 15 cartelle. Per ovviare a questa lacuna, nell’ultima campagna elettorale il centrosinistra ha sperimentato una tecnica comunicativa di origine zen, che consiste nel parlare ed allo stesso tempo dire il nulla. Una strategia perdente dal punto di vista elettorale, ma molto apprezzata dai centri di meditazione new age, che hanno sostituito le registrazioni delle grida dei delfini con nastri analogici contenenti dichiarazioni di Fassina.

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4. Infine, la regola aurea: dichiarare sempre. Se non si sa cosa dire, aspettare la dichiarazione dell’alleato o dell’avversario e commentarla. Se non si vuole commentare, commentare comunque definendo “incommentabile” l’accaduto, oppure rilasciare un “no comment”.  Se si pensa che il migliore commento sia il silenzio, scrivere un bel comunicato in cui si chiede “silenzio”. Perché non bisogna mai lasciare un evento senza didascalie, altrimenti rischia di parlare da solo. E se un evento parla da solo, sottolineatelo sempre. Con una bella dichiarazione, mi raccomando.