“Ruby – Kabobo”. Un’opera d’arte contemporanea.

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Silvio Berlusconi è il più grande artista italiano contemporaneo vivente. Ogni sua azione, ogni sua dichiarazione, ogni sua mossa alza di qualche centimetro l’asticella dell’imprevedibile. Accanto a performance teatrali di matrice più tradizionale – vedi lo show ad Annozero di fronte agli spaesati ingenui Santoro e Travaglio -, Silvio non disdegna la sperimentazione e l’utilizzo di medium innovativi. Pensiamo solo alla forma documentario, stravolta in senso surreale e grottesco nel docufilm “La guerra dei vent’anni”, il capolavoro dedicato alle persecuzioni dei pm milanesi nei confronti del Cavaliere  che Canale 5 con grande coraggio intellettuale ha mandato in onda in prima serata. Altro che la Rai degli anni Sessanta con Moravia e Pasolini. Un coraggio non premiato dal popolino, che gli ha preferito il tepore familista di “Un medico in famiglia ”, ma molto apprezzato dalla critica internazionale, per una volta unita nel lodare “il superamento del monopolio della narrazione realistica giornalistica attraverso la sua riproposizione caricaturale e parossistica” (Le Monde, 13/5/2013). Ma forse ancora più audace è l’opera d’arte collettiva messa in scena nei mezzi di comunicazione italiani dall’intero Pdl sotto la guida del maestro di bottega Silvio da Arcore. La procedura di base è semplice e geniale: individuare due eventi, uno preso dal gossip politico ed uno dalla cronaca nera, inserirli in uno stesso ambito concettuale, per poi mettere questo ambito in cortocircuito attraverso dichiarazioni congiunte simultanee e bipolari.  E’ quanto accade esemplarmente in “Ruby -Kabobo” (2013, inchiostro su carta, schermi al plasma, monitors lcd), vero e proprio manifesto della arte anti concettuale. Berlusconi ha scelto due eventi concomitanti:  la requisitoria della Boccassini nel caso Ruby in cui si fa accenno alla furbizia orientale della giovane ex minorenne, e il raptus omicida del ghanese Kabobo che ha ucciso a picconate tre passanti innocenti in preda ad un attacco psicotico. I due eventi sono stati raccolti intorno ad un concetto, il razzismo. Su questa base concettuale, gli aiutanti di bottega hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni in simultanea divise secondo due assi significanti opposti, ossia razzismo cattivo/razzismo buono. Ognuno di questi assi viene accoppiato ad un evento, in modo tale che il Pdl nella stessa giornata rilascia due tipi di comunicati: uno contro la Boccassini, stigmatizzandone gli inaccettabili toni razzisti sulla furbizia orientale di Ruby, uno contro la sinistra, che difende i clandestini che poi ammazzano le persone in strada a caso. Ecco una breve rappresentazione plastica del procedimento.

 Brunetta: “Da Boccassini requisitoria razzista”.

Gelmini: “Pisapia abbandona per un giorno i temi filosofici e apre all’impiego dell’esercito per garantire sicurezza ai milanesi, meglio tardi che mai”

Aracri:  “Aver definito la ragazza marocchina esempio della ’furbizia orientale’, è un atto gravissimo tanto più se compiuto da un magistrato durante un processo così delicato e così mediatico. Inoltre, consiglierei alla Boccassini di informarsi meglio in geografia, considerando che il Marocco fa parte del Maghreb (Occidente), nome con il quale gli arabi designano cioè i paesi dell’Africa settentrionale, a ovest dell’Egitto, spesso utilizzato in opposizione a ’Mashriq’ che sta per ’Oriente’. Se non fossero razziste, le affermazioni della Boccassini sarebbero alquanto imprecise.”

Gasparri: “Il reato di immigrazione clandestina va rispettato per non consegnare le nostre città alla criminalità ed alla violenza ed evitare episodi drammatici come quelli accaduti negli ultimi giorni”.

Il geniale accostamento tra i due tipi di comunicato, riprodotti in contemporanea ed in continuazione dai mezzi d’informazione, destruttura il concetto di razzismo nelle sue due polarità positiva – negativa. Il significato dell’opera d’arte secondo è dunque inequivocabile: ogni concetto è contemporaneamente i due opposti che ospita in se stesso. Dunque, secondo il movimento anti concettuale berlusconiano  i due opposti del concetto possono essere usati a piacimento, addirittura in contemporanea, a seconda delle esigenze del momento. Il razzismo è terribile e legittimo, giusto e sbagliato, buono e cattivo e noi con questo possiamo giocare liberamente in tv, nei giornali, in internet. Berlusconi porta così alle estreme conseguenze la crisi novecentesca del linguaggio e della razionalità, mettendone in luce gli aspetti creativi e ludici. E’ lui il più grande artista italiano contemporaneo vivente.   

 

Il rituale della dichiarazione. Istruzioni per l’uso.

Per la gioia di tutti e tutte, la politica italiana è percorsa da un irrefrenabile desiderio di cambiamento. Non solo il 5 stelle, non solo Renzi, ma ora abbiamo addirittura un governo di giovani. Fantastico. Tuttavia, ci sono dei  rituali della politica che sembrano resistere ad ogni moda e rivoluzione. Uno di questi, è l’immortale rito della dichiarazione. Di fronte ad un evento di una certa importanza, i rappresentanti di partiti e movimenti si sentono in dovere di commentare l’accaduto attraverso un comunicato stampa o, ancora meglio, tramite un supporto audiovisivo. Ovviamente, non ci si inventa “dichiaratori” da un giorno all’altro. Come in ogni rituale che si rispetti, esistono delle regole non scritte a cui bisogna obbedire, pena l’esclusione dalla rassegna giornaliera delle dichiarazioni. Eccone un breve elenco.

1. La dichiarazione deve uscire ogni volta che succede “qualcosa”. Ora, come capire se un accadimento è degno di essere considerato come “qualcosa”? Tendenzialmente, la prima schermata del sito della “Repubblica” – ad esclusione della parte destra – contiene tutti i qualcosa degni di essere presi in considerazione. In tempi recenti, anche  Facebook ha cominciato a svolgere un ruolo importante in questo senso, dando voce ad  una massa sterminata di liberi dichiaratori sena compromessi, che tuttavia commentano essenzialmente le notizie della prima di “Repubblica”.

2. Come cominciare una buona dichiarazione?  I comunicati stampa esordiscono quasi sempre con un aggettivo, del tipo: “Irrispettose le affermazioni di x”, “Inqualificabile il gesto di z”, “Irricevibile la proposta di y”. In calo l’incipit moraleggiante con l’avverbio (“Male la votazione in commissione bilancio”, “Bene le dichiarazioni del sindaco”), mentre in grande ascesa è il modello definitorio stile Grillo, in cui la copula viene elisa a favore di una forma interrogativa retorica – ad esempio: “Caio? Un morto”, oppure:”Il governo Tizio? La morte della democrazia”.  Rimane, ma ad appannaggio esclusivo del clero, del Presidente della Repubblica e di alcuni megalomani sparsi nell’arco parlamentare, l’uso del verbo all’imperativo, incastonato nel sempreverde richiamo: “I fatti di X (dove X sta per un nome proprio di città italiana) siano monito per la politica”.

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3. Quanto deve essere lunga una dichiarazione? Poco, pochissimo, quasi nulla se possibile. Non va mai perso di vista l’obiettivo: apparire in 6/7 secondi di TG5 o di Tg1, a pranzo o a cena. Bisogna dunque decidere quale parola dovrà rimanere in testa agli italiani mentre affogano il capo in una scodella di bucatini. Il centrodestra riesce bene in questo difficile esercizio di sintesi, mentre gli esponenti della sinistra notoriamente entrano in difficoltà se costretti ad esprimere la propria opinione in meno di 15 cartelle. Per ovviare a questa lacuna, nell’ultima campagna elettorale il centrosinistra ha sperimentato una tecnica comunicativa di origine zen, che consiste nel parlare ed allo stesso tempo dire il nulla. Una strategia perdente dal punto di vista elettorale, ma molto apprezzata dai centri di meditazione new age, che hanno sostituito le registrazioni delle grida dei delfini con nastri analogici contenenti dichiarazioni di Fassina.

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4. Infine, la regola aurea: dichiarare sempre. Se non si sa cosa dire, aspettare la dichiarazione dell’alleato o dell’avversario e commentarla. Se non si vuole commentare, commentare comunque definendo “incommentabile” l’accaduto, oppure rilasciare un “no comment”.  Se si pensa che il migliore commento sia il silenzio, scrivere un bel comunicato in cui si chiede “silenzio”. Perché non bisogna mai lasciare un evento senza didascalie, altrimenti rischia di parlare da solo. E se un evento parla da solo, sottolineatelo sempre. Con una bella dichiarazione, mi raccomando.

 

 

La politica senza mediazioni.

Il successo del Movimento 5 Stelle alle elezioni di Febbraio è stato un evento choc. Tutti immaginavano  un sommovimento, tutti vedevano lo tsunami tour trascinare in piazza folle da stadio, mentre gli altri ex-agitatori di folle riempivano a malapena le sale conferenza degli hotel a tre stelle. Nessuno tuttavia poteva ipotizzare uno schianto tanto fragoroso della sinistra in tutte le sue variegate e rissose componenti. Il forfait di Bersani e Vendola ha corso di pari passo con la fragorosa débâcle degli arancioni di Ingroia, mandando definitivamente a quel paese la topografia politica con cui noi tutti siamo cresciuti. La metafora idraulica del “perdere voti a sinistra” è oramai un’espressione d’antan che rimanda ad una mappa rivelatasi anacronistica. L’incoscienza dei grillini ha scoperto un territorio che le carte portolane del centro sinistra non prevedevano, e su queste terre emerse ha sbattuto il muso il progetto dell’Italia “bene comune”. Un urto imprevedibile solo  nelle dimensioni, in quanto ampiamente annunciato da alcuni inequivocabili segnali.  In particolare, un elemento decisivo era nell’aria da tempo, ed è stato esorcizzato e sottovalutato dagli sconfitti: il bisogno di immediatezza ed il disprezzo verso la mediazione politica in se stessa.

Non serve essere un asso delle scienze sociali per mettere in correlazione il perdurare di una crisi economica sempre più grave e profonda con il crescere dell’insofferenza delle persone verso gli stanchi rituali  messi in atto dai partiti. Ma oltre a tutto ciò, è assolutamente istruttivo osservare la traiettoria dell’antiberlusconismo italiano nell’ultimo decennio.  Nei primi anni del 2000, gli antiberlusconiani  scendevano in piazza agganciandosi a questioni di respiro internazionale – la guerra in Iraq, la globalizzazione – oppure esprimendo rivendicazioni classiche della sinistra -  i tre milioni della piazza della CGIL contro la minacciata abolizione dell’articolo 18. Oggi le piazze le riempie Grillo, il quale con una mossa geniale ha allargato il bersaglio dell’insofferenza dal solo Berlusconi all’intero sistema dei partiti, senza distinzione tra destra e sinistra. E’ evidente come le due anime dell’antiberlusconismo militante abbiano preso negli ultimi anni  traiettorie sempre più divergenti. Da un lato, è cresciuto ed è stato alimentato un sentimento crescente di indifferenza e di indignazione verso partiti, mediazioni, alleanze, compromessi, involuzioni retoriche e complessità. Dall’altro, si è configurato un centrosinistra egemonizzato dal PD delle riforme e della responsabilità di governo, che ha sacrificato le vittorie comunali della primavera arancione del 2011 ed il trionfo al referendum della stessa estate – ultimi punti di contatto con il popolo della rabbia e dell’ indignazione, sempre più rappresentato dalla prima anima – sull’altare dello spread e del governo montiano  d’emergenza. In mezzo, il nulla della sinistra radicale, ed i disperati tentativi da parte di Sel e Vendola  di spostare a sinistra l’asse di un futuro governo che, a quanto pare,  non esisterà mai. La vittoria della prima anima sulla seconda è così presto spiegata.

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Beppe Grillo è diventato il portavoce di una massa di cittadini, di un popolo che chiede qualcosa e lo vuole subito. Arroccata nella difesa delle istituzioni in quanto tali ed ad ogni livello, la sinistra ha finito per rifuggire non solo dai populismi, ma addirittura dal concetto stesso di “popolo”. Un concetto che sappiamo essere ambiguo, pericoloso, che coagula in modo parziale e fazioso istanze e bisogni reali  assieme a pulsioni asociali e reazionarie. Allo stato attuale, sembrano condivisibili le critiche rivolte alla conformazione che il Movimento 5 stelle ha dato al suo popolo. Hanno ragione i Wu Ming quando scrivono che i grillini hanno occupato lo spazio dell’insofferenza e della ribellione verso il sistema lasciandolo vuoto, vale a dire annacquando la portata del conflitto sociale attraverso il discorso qualunquista – uso il termine in senso tecnico, e non spregiativo: l’Uomo Qualunque nel 1946 diceva a tal proposito le stesse identiche cose -  della casta cattiva che circuisce la gente buona, socievole e laboriosa. E’ illuminante Ida Dominijanni quando individua nella traduzione immediata delle competenze individuali in competenze politiche – l’oramai celebre sommelier che vuole occuparsi di agricoltura, l’impiegata nel settore export che si dedicherà alle relazioni internazionali – il tratto più marcatamente antipolitico del discorso a 5 stelle, all’interno del quale non trova più alcuno spazio la politica come mediazione, ossia la politica in quanto tale. A che serve la mediazione, se le risposte alla crisi sono già lì, nei cittadini, nella gente comune tenute per decenni all’oscuro di quello che succedeva nel palazzo? A cosa serviranno mai un deputato ed un senatore, se non ad osservare dall’alto e denunciare le malefatte della casta ed a farsi da tramite trasparente della volontà e saggezza popolare? E pazienza se la società contemporanea è dominata in lungo e largo da un sistema economico ingiusto e feroce, che lascia in mezzo ad una strada le energie sprecate di quel 40% dei giovani che non trova lavoro, giocoforza costretti a pesare sulle spalle delle loro famiglie con contraccolpi emotivi ignorati da tutte le sottili analisi della crisi e del precariato. Il disprezzo per la mediazione nasconde dietro i toni violenti e ribelli un’adesione conformistica ad una realtà sociale che certo non cambierà magicamente da sola una volta eliminata l’ingordigia della casta. Ma c’è di più: l’esaltazione incondizionata dell’immediatezza è pericolosa e conservatrice, in quanto individua nella società allo stato attuale, per come è adesso, la soluzione istantanea ai problemi della società stessa.  Il problema dunque non è il populismo, quanto piuttosto la connotazione innocua che la sua declinazione grillina ha preso nei confronti di un potere che non esiste solo nei palazzi della politica, ma anche e soprattutto nelle relazioni economiche, nelle relazioni personali ed impersonali ed addirittura in quelle affettive. Ma c’è un fattore che non va sottovalutato, e che non può rimanere sottotraccia.

Da quanto detto finora sembra infatti che elezioni del 2013 abbiano visto fronteggiarsi da un lato i due populismi antipolitici di Grillo e Berlusconi, dall’altro il centrosinistra in quanto unico ed ultimo custode della nobile virtù politica. In realtà, ad andare in scena  nei brevi mesi di campagna elettorale non  è stato un conflitto tra principio di piacere e principio di realtà, tra pulsioni e ragione, a meno che non sia voglia dare a quest’ultimo termine un’accezione negativa. Piuttosto, e qui sta la radice della sconfitta a tutto campo di Bersani e Vendola, la sinistra ha saputo rispondere alle semplificazioni dei suoi avversari aderendo ad  un’altra forma di immediatezza , che potremmo definire immediatezza della responsabilità. Ponendosi come unico nobile difensore delle istituzioni nazionali ed europee, della governabilità e della civiltà democratica dei partiti, la sinistra ha finito per prendere immediatamente le parti del potere. Non è scesa in campo, non si è sporcata le mani con l’odio ed il rancore dilaganti, non ha mediato tra carnefici e vittime della crisi, dove mediare non significa porsi nell’imparzialità di una giustizia bendata e super partes, ma al contrario difendere e sostenere  i più deboli dai responsabili della crisi, che la crisi stessa ha paradossalmente reso più esigenti e più sfacciati. Ora, è bene sapere che la strada della mediazione  è dolorosa e faticosa. E’ emblematico in questo senso l’episodio della visita della presidentessa della camera Boldrini a Civitanova Marche il giorno dei funerali del marito, moglie e cognato suicidatisi per la vergogna del dover chiedere aiuto ai servizi sociali del loro comune. Un gesto dovuto e coraggioso che ha suscitato tra le altre cose contestazioni rabbiose e sconnesse, veritiere nella misura in cui mostrano come sta messa una parte crescente della società italiana: impoverita, impaurita, incazzata e  diffidente oramai verso ogni istituzione in quanto tale, legittimata nei suoi atteggiamenti dal potere simbolico della parola di Grillo. Se la sinistra ha un senso e un compito oggi, è esattamente quello di mediare in contesti infuocati come quello di Civitanova, tenendosi a debita distanza dall’immediatezza grillina, secondo la quale ogni incazzatura è legittima  e giusta in quanto tale ed il conto va sempre imputato alla casta, e dall’immediatezza della “responsabilità”, che tratta la rabbia sociale come uno sfogo adolescenziale al quale si deve rispondere con un laconico e severo: “non si può fare altrimenti” . Senza mediazioni,  l’unico popolo possibile sarà grillino, o berlusconiano.  E lì saranno guai seri.